Negli ultimi anni la cannabis light è diventata il simbolo di un’oscillazione continua tra divieti governativi, ricorsi al TAR e pronunce dei tribunali. Un’altalena normativa che, a seconda dei periodi, ha visto divieti imposti, sospesi e talvolta ripristinati, lasciando esercenti e consumatori in un clima di incertezza quasi permanente.
Cos’è davvero la cannabis light
Con “cannabis light” si indicano varietà di canapa industriale a basso contenuto di THC, coltivate da sementi certificate a livello europeo. Il loro impiego spazia da tessili e materiali compositi a prodotti per il benessere e, in alcuni casi, infiorescenze destinate al cosiddetto “uso tecnico” o da collezione. A differenza del THC, il CBD non ha effetti psicoattivi, ma la sua classificazione cambia in base all’uso previsto (cosmetico, alimentare, medicinale), con regole e controlli differenti.
Perché la normativa è così complicata
La radice della confusione sta in una combinazione di leggi, decreti e sentenze che coprono ambiti diversi.
- La legge 242/2016 ha dato impulso alla filiera della canapa industriale, definendo varietà, soglie di THC per la coltivazione e finalità “non ricreative”. Non ha però regolato in modo esplicito la vendita al dettaglio delle infiorescenze, lasciando aperti importanti spazi interpretativi.
- La giurisprudenza penale ha chiarito in seguito che la commercializzazione di derivati con “efficacia drogante” è vietata, contribuendo a creare un’area grigia sulla vendita di infiorescenze a basso THC: le valutazioni caso per caso sono diventate frequenti.
- I decreti e le circolari amministrative hanno spesso provato a inquadrare i derivati della canapa (in particolare il CBD) in categorie diverse, dall’ambito dei medicinali a quello degli stupefacenti o dei novel food. Alcune di queste misure sono state contestate in sede amministrativa.
- Le corti nazionali ed europee sono intervenute più volte. La Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che il CBD legalmente prodotto in uno Stato membro non può essere vietato in un altro se privo di effetti psicoattivi. In Italia, TAR e Consiglio di Stato sono spesso chiamati a pronunciarsi sui provvedimenti ministeriali: in alcuni momenti li sospendono, in altri li confermano (anche solo in parte), alimentando un “stop and go” normativo.
L’altalena tra divieti e sospensioni
Il risultato è una sequenza di fasi: il governo introduce restrizioni; una parte del settore ricorre; i giudici amministrativi sospendono o limitano i divieti; seguono ulteriori interventi regolatori o nuove pronunce. Questo susseguirsi di atti e contro-atti rende difficile stabilire con chiarezza e stabilità cosa sia consentito vendere, come etichettarlo e in quali canali distribuirlo.
In pratica, ciò che un mese sembra lecito può tornare a essere incerto il mese successivo, a seconda dell’ultima decisione giudiziaria o del nuovo provvedimento amministrativo. Il quadro cambia anche da territorio a territorio, complicando l’applicazione uniforme delle regole.
Gli effetti per aziende, consumatori e controlli
- Imprese disorientate: gli operatori del settore devono adeguarsi rapidamente a nuove etichette, canali e requisiti documentali, con costi imprevisti e rischio di giacenze invendibili.
- Consumatori confusi: la percezione pubblica oscilla tra “prodotto legale” e “prodotto vietato”, mentre le informazioni sulle soglie di THC o sulle differenze tra CBD e THC restano poco chiare.
- Applicazione disomogenea: forze dell’ordine e autorità sanitarie si trovano a operare su norme in evoluzione, con esiti talvolta diversi tra province e regioni.
Che cosa, in generale, è considerato lecito (e con quali cautele)
Fermo restando che il quadro può variare, alcuni principi sono relativamente stabili:
- Coltivazione industriale: la coltivazione di canapa da sementi certificate UE per usi industriali è disciplinata dalla legge 242/2016. Restano obblighi di tracciabilità e rispetto delle soglie previste per le varietà ammesse.
- CBD non stupefacente: a livello europeo il CBD di per sé non è considerato stupefacente se privo di effetti psicoattivi. Tuttavia, a seconda dell’uso, può ricadere in normative differenti (cosmetici, alimenti “novel food”, prodotti medicinali), ciascuna con requisiti specifici.
- Infiorescenze: rappresentano l’area più delicata. La vendita al dettaglio è stata spesso oggetto di controlli e contenziosi, e la valutazione dell’“efficacia drogante” rimane centrale. La legittimità può dipendere da come il prodotto è presentato, dalla tracciabilità e dalle analisi di laboratorio.
Chi opera in questo mercato dovrebbe monitorare attentamente aggiornamenti normativi e pronunce dei tribunali, oltre a consultare professionisti legali per i casi dubbi.
Come possono tutelarsi gli operatori
- Documentazione completa: conservare certificati di origine delle sementi, analisi di laboratorio aggiornate (CoA) per ogni lotto, tracciabilità lungo la filiera.
- Etichettatura corretta: indicare con chiarezza natura e destinazione d’uso del prodotto, evitando qualsiasi claim terapeutico o salutistico non autorizzato.
- Canali e target appropriati: rispettare limiti d’età, policy dei marketplace e regole pubblicitarie di piattaforme e mezzi tradizionali.
- Formazione del personale: aggiornare chi sta al banco su limiti legali, differenze tra prodotti e modalità corrette di comunicazione al pubblico.
- Associazioni di categoria: partecipare a network che offrono aggiornamenti, modelli documentali e assistenza nei rapporti con le autorità.
Gli snodi che mancano per fare chiarezza
Per uscire dall’impasse servono scelte coerenti su alcuni punti chiave:
- Definizioni univoche: una distinzione netta tra canapa industriale, infiorescenze a basso THC e prodotti contenenti CBD, con regole specifiche per ogni categoria.
- Soglie e standard: criteri chiari per le soglie di THC sui prodotti finiti e standard qualitativi minimi (metodi analitici, tolleranze, etichette).
- Allineamento con l’UE: coordinare la normativa interna con le pronunce della Corte di giustizia e con le cornici europee su cosmetici, alimenti e medicinali.
- Stabilità regolatoria: ridurre gli interventi a colpi di decreti emergenziali, privilegiando procedure partecipate e periodi transitori realistici.
In sintesi
L’alternanza tra divieti, ricorsi e sentenze ha alimentato una grande confusione sul mercato della cannabis light. Finché non arriverà un intervento legislativo chiaro e coerente, è probabile che l’andamento a “strappi” continui. Nel frattempo, la prudenza operativa, una documentazione impeccabile e un monitoraggio costante delle novità restano le strategie più efficaci per chi lavora nel settore.




